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Abitare: ieri, oggi e domani.

Un’abitazione può definirsi come uno spazio geometrico organizzato, ma soprattutto uno spazio interno soggettivo, identitario, il cui disegno deriva direttamente dal corpo dell’abitante, dettato dai suoi ritmi biologici, dalle sue abitudini e comportamenti. L’alternarsi della veglia e del sonno, il cibarsi, il rito dell’igiene, il sistema degli affetti, l’impulso alla socialità o alla solitudine delineano nello spazio fisico dell’abitare alcuni definiti comportamenti individuali e di gruppo. 
Fino a circa un decennio fa, all’interno dell’abitazione si assisteva alla presenza di un’immagine di una famiglia ispirata al modello della società industriale, in cui tutto ruotava intorno all’unità familiare strutturata sul rapporto parentale padre-figlio, dando vita alla tipologia urbana dell’appartamento, sulla quale la cultura architettonica del XX secolo, affiancata da quella del disegno industriale, ha fondato la propria ideologia progettuale. Da qui nascono i grandi interventi statali per i piani di edilizia residenziale pubblica INA-Casa degli annI ’50 su tutto il territorio italiano.

Tra la fine del XX secolo e l’inizio del XXI secolo, il panorama domestico ha subito radicali trasformazioni: l’identificazione della “casa” con la “famiglia” si è andata dissolvendo, non tanto sul piano posizionale, visto che ancora l’abitazione costituisce un punto di riferimento topografico e sociale, quanto su quello situazionale, con la tendenziale disaggregazione dell’unità familiare, la trasformazione dei rapporti tra interno ed esterno, il mutamento dei comportamenti domestici derivanti dall’introduzione di tecnologie sempre più sofisticate. Si assiste ad una sorta di “parcellizzazione” dei rapporti familiari che si ramificano in nuovi schemi di convivenza ed in nuove figure (il/la single lavoratore, lo studente, la coppia, la coppia con figli, le coppie separate con figli e diversamente ricomposte, gli anziani a loro volta soli o in coppia). In definitiva l’immagine architettonica della casa non trova più il proprio significato nell’immagine sociale della famiglia tradizionale. Ed oggi, la quarantena dell’intero Paese ci ha fatto aprire gli occhi su questo problema.

Cosa ci sta insegnando il coronavirus? 
“Che noi viviamo in case oggettivamente inospitali e inadatte, non solo a questa emergenza, ma alle esigenze della vita contemporanea: abbiamo scambiato le nostre abitazioni per alberghi, dove andare a dormire mentre tutto il resto della vita la spendevamo fuori dalle mura domestiche” ha affermato ultimamente l’architetto fiorentino Casamonti (da: Corriere Fiorentino La toscana 19 aprile 2020, pag.8). Bisognerebbe dare spazio alla costruzione di un nuovo stile di vita più sostenibile e sociale. Paradossalmente in un’epoca in cui ordiniamo e compriamo tutto su internet, (e la quarantena ha accresciuto notevolmente gli acquisti-online) riceviamo a casa pacchi di ogni dimensione, ma abbiamo ancora la classica cassetta delle poste “a misura di bolletta”. Ora come non mai, lo smart working ci ha dimostrato che spesso in casa non ci sono abbastanza spazi dedicati al suo svolgimento, e ci improvvisiamo lavoratori dal tavolo della cucina o dal divano, cercando buffamente di allestire un decente scenario sullo sfondo per partecipare alla prossima video-calling di lavoro.

La clausura obbligata a casa ha fatto emergere i limiti delle nostre abitazioni e sognare spazi esterni, locali ampi, la stanza in più, la mini-palestra o una postazione di smart working. Nel passato gli ingressi delle abitazioni spesso sono stati aboliti, magari per far più spazio alla cucina o al salotto, quando invece ora avremmo bisogno di zone filtro, di una sorta di anticamera per evitare diretti contatti con il delivery man di turno che ci consegna la cena, uno spazio di “ decontaminazione” che ci protegga. Inoltre, mai come ora ci si sta rendendo conto dell’importanza del verde, di quanto possa essere vitale passare del tempo all’aria aperta su un terrazzo, su un tetto o su un balcone, ritagliandoci il nostro affaccio sul mondo.
E non è stato necessario abitare nel Bosco verticale a Milano per rivalutare i benefici che una piccola zona verde possa apportare alla propria vita ed ai polmoni della città stessa, vittima ormai di alte densità di popolazione e conseguente inquinamento. Si auspica quindi ad una diminuzione delle automobili nelle città, con un ritorno di maggiori spazi verdi da dedicare all’uomo; aumentare lo spazio del “fuori” anche nell’abitazione. Non a caso, guardando al mercato immobiliare, fino a pochi mesi fa, un’abitazione aveva un elevato valore solo se situata in centro città, in zone di elevata qualità e ne avrebbe acquistato con il passare del tempo. E’ bastata una pandemia a far capovolgere la situazione: oggi sono altre le caratteristiche che fanno di una abitazione un luogo ambito, vivibile e appunto di valore (non solo economico). “Le nuove esigenze emerse dalle conseguenze della crisi sanitaria cambieranno dunque la domanda. Si preferirà una casa più grande e con un terrazzo o giardino in una zona meno centrale piuttosto che una casa piccola nel centro storico, almeno per le famiglie. “(da: Il Sole 24Ore 19 Aprile 2020, pag.9)

Queste riflessioni in un momento di rivoluzione sociale, culturale ed economica, affinchè la figura dell’Architetto, da sempre generatore di modelli dell’abitare, possa essere parte integrante di quel processo che tutti si augurano: la trasformazione di questo momento difficile e complicato in una grande opportunità per lo sviluppo di nuovo modelli di vita, dando risposte a tutte le richieste che la società ci pone.

architetto Nina Russo

  

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